Il meccanico dei sogni

Mi hanno detto che quando dormo sto immobile, coi pugnetti stretti al petto, la bocca semiaperta per colpa del naso semichiuso e sembro un bambinone di quarantadue anni. Non sanno, meschini, che proprio in quel preciso istante potrei essere immerso in uno dei miei sogni più ricorrenti, quelli in cui picchio degli sconosciuti.

Detta così, pare grave. Invece, scavando un pochetto, si scopre che non c’è nulla di patologico e tutto ha una sua spiegazione. In primo luogo, è colpa del lavoro che faccio. Da bambino volevo fare il geografo, mestiere che in controluce mi accecava con un caleidoscopio colorato di viaggi, avventure e scarsa vita mondana, e invece ho fatto solo lavori “di relazione” aridi, stanziali e affollati. Sono un misantropo sufficiente a se stesso condannato all’ergastolo della socialità.

Tranne un sogno in cui ho picchiato a sangue un cinese nel parcheggio del Lidl perché insidiava mia nipote, i nemici onirici sono tutti bianchi, di razza caucasica e con un forte accento locale: guarda un po’, somigliano a certi miei clienti, quelli che hanno il magico potere di alimentare la mia aggressività – poi ci sono quelli che suscitano l’orchite, ma è un’altra storia.

A causa di un poco gradito dono avuto dal Grande Cane Celeste quasi un lustro addietro – un’angioplastica, che vuoi che sia – non posso sfogarmi come un tempo contro un sacco da pugile. La mia psiche ha il quadro completo della faccenda e, per questo, mi apparecchia fasi REM dove si susseguono litigi, risse, pestaggi, litigi, contumelie e insulti senza soluzione di continuità. Il bello è che al mattino mi sveglio sempre riposato e pimpante.

La dinamica di questi sogni è grosso modo sempre uguale a se stessa: incontro l’antagonista, si apre il conflitto, lo tronco di botte. Fine. Ma a volte il finale cambia, come qualche notte fa.

Tutto si svolge in un’officina meccanica. Sono andato a ritirare la mia auto, riparata da un danno che ignoro, e sto parlottando col meccanico, un lungagnone secco e dinoccolato, che veste una salopette blu da operaio sopra una t-shirt bianca. Senza presentarmi uno scontrino, un rendiconto o una semplice pezza d’appoggio, mi chiede mille euro. “Mi pare un po’ troppo” gli dico. “Allora facciamo cinquecento” controbatte al volo.

Mi sento preso per il culo e mi imbestialisco: “Ma come? Prima mi chiedi mille euro e poi, appena mi incazzo, mi dici che te ne bastano cinquecento?” e sottolineo la rimostranza assestandogli un preciso quanto stilisticamente perfetto gancio sinistro al corpo perché si sappia che, nei miei sogni, sfoggio una tecnica pugilistica sopraffina, mai posseduta neanche lontanamente nel mondo reale.

Il meccanico si piega su un fianco e si preme una mano sulle costole – nei sogni, i miei colpi vanno tutti a segno e fanno sempre male – ma, invece che praticarmi un ulteriore sconto, fa un balzo indietro e si da alla fuga. Si avventa di corsa su per delle scale a chiocciola che portano al soppalco, due gradini alla volta. Sono scale identiche a quelle di un capannone della zona. Non ci penso due volte e lo inseguo a passo di carica.

Ma mentre sono lì, a pochi gradini dal vile pusillanime, ecco che accade il colpo di scena inaspettato e irreparabile: mi sveglio.

Scomparsa l’officina, scomparsa la scala a chiocciola, scomparso il meccanico. Sono a letto, sopra di me c’è il soffitto, accanto Sabrina che ronfa. Piccoli fasci di luce bianca filtrano dai buchini della serranda. So che è finita, che non potrò riaddormentarmi e ritrovarmi faccia a schiena col meccanico. So che mai più potrò macellarlo per un controvalore stimato di cinquecento euro, come si meriterebbe. Alle sette e qualcosa di mattina provo l’amara sensazione che lo stronzone l’ha fatta franca e mi accorgo, come se non bastasse, che non ho neanche ritirato la macchina.

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Non fiori ma F24

Succede spesso che chi vuole acquistare un immobile faccia i conti senza l’oste. L’oste è il funzionario di banca che gli scoppia a ridere in faccia quando gli chiedono un mutuo. Le marce indietro sono quasi sempre penose, specie se prima si è dimostrata una certa arroganza, e il rumore di unghie sullo specchio diventa sinfonia. Ma a volte, le scuse sono così improbabili da suonare comiche.

Tempo addietro vengo contattato da una azienda in cerca di un capannone nuovo. Incontro i proprietari e mi raccontano di una realtà piccola ma solida, soprattutto in crescita. Sono molto oculati e parlano di passo secondo la gamba, di spese sotto controllo, di investimenti ponderati al centesimo. Ma quando gli propongo un capannone che gli sembra esattamente quello che bramano, impazziscono. Fanno tutto loro: come cocorite in amore, cinguettano di mutui, rate e, in un impeto, di fotovoltaico sul tetto.

Non battono ciglio davanti alla richiesta economica, tutt’altro! Mi danno appuntamento di lì a una settimana per formulare una proposta d’acquisto. Ma prima, mi dicono, devono parlare col loro commercialista e minimizzano la questione come una mera formalità. Esco dalla riunione piuttosto fiducioso.

I giorni passano e il telefono non squilla. Li richiamo io e mi si dice che non sono riusciti a parlare col commercialista. Può capitare. Ci riaggiorniamo. Passa un’ulteriore settimana e li richiamo: niente da fare, il commercialista non ha avuto nè tempo nè modo di riceverli. Uno stormo di asini volanti mi passano sulla testa e ringrazio il cielo che stiano bene di intestino. È già qualcosa.

Faccio passare ancora del tempo, circa un due tre settimane, e poi mi rifaccio vivo. Stavolta passo “casualmente” in azienda. C’è uno dei soci che, quando mi vede, abbozza un sorriso e mi porta da parte, lontano dalle orecchie impiccione dei dipendenti. E quando siamo aum aum mi comunica la ferale notizia: il loro commercialista sta male, molto male, è in fin di vita, forse sta morendo, forse è già morto. Lo stormo di asini volanti ripassa a volo radente proprio sopra il tetto del capannone. Ragliano minacciosi.

Penso al commercialista moribondo e mi tornano in mente le ecatombi di nonni ai tempi della scuola, quando non si voleva essere interrogati. A qualcuno glie ne morivano tre o quattro all’anno. Quanto al capannone, se ne riparlerà a esequie avvenute.

Al 25 aprile fanno più male i democristiani che i fascisti

Quando il PD milanese sfila al corteo del 25 aprile inneggiando ai patrioti europei compie un’opera di mistificazione molto sofisticata: inventarsi un passato a proprio uso e consumo che giustifichi una posizione politica del presente. Invero, non fa nulla di nuovo rispetto a quanto hanno sempre fatto i democristiani.

I “patrioti europei”, nel 1945, erano un pugno di esiliati politici a Ventotene che, bontà loro, altro non potevano fare che elaborare documenti e manifesti. Sui campi di battaglia europei c’erano, nell’ordine da ovest a est proprio per non fare torto a nessuno: marines americani, soldati inglesi e coloniali, maquis francesi, partigiani italiani, truppe sovietiche, eserciti di liberazione dei paesi slavi.

Chi usa gli avvenimenti del passato per leggere il presente fa due errori grossolani: il primo è quello di creare parallelismi spesso azzardati che quasi mai spiegano l’oggi ma in compenso inquinano la memoria; il secondo è quello di tradire una forma mentis intrisa di cattolicesimo da quattro soldi che degrada ogni argomento a parabola a uso delle menti semplici di povere pecorelle mentecatte.

Screditare la Resistenza e il 25 Aprile è un vecchio vizio dei democristiani, non dei fascisti.

La Resistenza in Italia è stato in primo luogo un fatto militare in cui il peso delle brigate comuniste e socialiste è stato immensamente più grande di quello delle altre componenti politiche che pure hanno partecipato, Fiamme Verdi incluse. Al termine del conflitto, nel 1945, si pose la questione delicatissima dell’inserimento dei quadri militari partigiani all’interno dell’Esercito Italiano, cosa intollerabile per gli americani – e, chissà, forse persino per i sovietici.

La DC e la Chiesa Cattolica, al tempo vera e unica padrona del paese, scatenarono furibonde campagne denigratorie nei confronti dei partigiani “rossi”, favorite dal furore anticomunista che aizzava i candidi cuori cattolici molto più che non quelli neri dei fascisti. Risale a quei tempi la nascita di una controstoria fatta di “resistenza morale”, maschera subdola della vigliaccheria borghese e cattolica che si oppose al fascismo mettendo su il broncio ma che si guardò bene dall’imbracciare un fucile.

L’attacco alla Resistenza si poneva due scopi, entrambi meravigliosamente conseguiti:  screditare i partigiani per minarne il prestigio morale, utile elettoralmente ai socialcomunisti, e per distruggerne il prestigio militare in modo da precludere il loro inserimento nei quadri del rinnovato esercito repubblicano.

Il prestigio morale venne intaccato a furia di arresti, processi e condanne, spesso per fatti che con la Resistenza non c’entravano nulla, che furono all’ordine del giorno per anni. I giornali del tempo descrivevano i partigiani per lo più come delinquenti, sbandati e criminali comuni. La propaganda clericale, fortissima in quegli anni, non si sottraeva ai suoi doveri e sovente rincarava la dose sottolineando il carattere ateo e amorale di molti aderenti alle formazioni partigiane. E non vanno taciute neanche le pesantissime responsabilità indirette del PCI e del PSI, a loro volta sotto pesantissimo attacco, che poco o nulla hanno fatto per disinnescare la faccenda.

Quanto al prestigio militare, venne minato perorando la tesi per cui la cacciata dei nazifascisti era esclusivo merito americano, cancellando d’un colpo non solo il contributo delle truppe di altre nazionalità, inglesi in primis, ma anche gettando nell’oblio la memoria delle numerose repubbliche partigiane nate mentre i liberatori a stelle e strisce erano bloccati a Cassino o sulla linea Gotica, o minimizzando gli scioperi operai nel nord Italia del biennio 1943/44.

Il discredito alla Resistenza è una delle tante operazioni compiute con successo dalla DC tra il 1945 e il 1948. È utile ricordarne altre: la creazione di un clima sociale inquinato dall’anticomunismo più viscerale, la rottura dell’unità sindacale, la rottura del patto del CLN, la caccia alle streghe nei confronti dei partigiani, l’inglobamento degli apparati burocratici fascisti nel nascente stato repubblicano, l’utilizzo spregiudicato dei rapporti con la malavita o con la Mafia nel sud Italia in fuzione antisindacale e antioperaia.

Servirono per creare il terreno all’affermarsi della “dittatura clericale”, il regime che sostituì il fascismo, di cui per certi versi ne è stata quasi la logica continuazione, e che raggiunse il suo culmine con la strabiliante vittoria elettorale democristiana del 18 aprile 1948. Si è trattato di un regime che ha avuto vita brevissima perchè già nel 1953, con la sconfitta alle elezioni politiche, la peggior DC clericale e bigotta è costretta a fare i conti con il paese reale, molto più avanzato di quanto non lo si ritenesse, e con le sue componenti interne più vicine al popolarismo.

A dirla in breve, a quel tempo c’era un movente politico che giustificava la mistificazione storica e il travisamento sistematico della realtà dei fatti. Oggi no, eppure c’è chi non perde il vizio. Alzare la mano, prendere la parola e tentare di raccontare come sono andate veramente le cose – al netto del giudizio personale, che è altra questione ancora – è la forma attuale della Resistenza.

Come controbattere in modo civile a dieci luoghi comuni sulla paternità

A Giugno nascono le mie bimbette, due in un colpo solo. Non ho fatto grossi proclami in merito ma ormai Sabrina gira con un otre nascosto sotto la maglia e è impossibile negare l’evidenza. Detto questo, più che congratulazioni o auguri, ricevo recriminazioni e gufate. Si tratta per lo più di uomini che guardano alla genitorialità altrui con gli occhi di chi ha considerato la propria come una sciagura. Dato che non ho nè voglia, nè tempo per rispondere adeguatamente come vorrei, ho compilato questo agile “vaffanculum”, versione incattivita di un normale vademecum, buono per i maschietti ma adattabile anche a molte femminucce.

1 – Adesso dovrai cambiare auto.
Ho un BMW con i sedili in pelle. Ho controllato e i seggiolini ci stanno che è una meraviglia. Inoltre, siete proprio sicuri che le mie figlie starebbero più comode in un’utilitaria di merda?

2 – Vedrai che adesso viaggerai di meno.
È la tipica frase pronunciata da chi non è mai andato da nessuna parte in vita sua e che fa due settimane di ferie sempre nello stesso posto da quarant’anni.

3 – Gli amici ti abbandonano.
E perchè dovrebbero pupparsi serate in casa mia a base di due neonate caganti, urlanti e affamate? Se sono veri amici, torneranno a tempo debito, altrimenti ad maiora. Se la cosa lascia l’amaro in bocca, è giusto chiedersi se si è mai usciti del tutto dall’adolescenza.

4 – Scordati quello che facevi prima!
È la frase che amo più di tutte, la più pregna di malauguri e recriminazioni. Immagino che chi la pronuncia, a causa dei figli abbia dovuto rinunciare a diventare miliardario in euro, interrompere la carriera di ingegnere aerospaziale, abbia smesso di fare orge con modelle di intimo, sia dovuto rientrare da Londra o New York o Berlino dove era il re della notte. Invece si scopre che il rimpianto tipico è quello di non poter andare a ubriacarsi il venerdì e il sabato sera in certi localini di merda di cui la provincia italiana è costellata. Capisco, sono delusioni.

5 – I figli costano.
Ma davvero? Non me lo aspettavo! E io che ero convinto che lo Stato mi elargisse un buono mensile di due, tremila euro per i prossimi vent’anni! Di norma si apre immediatamente il dibattito sul tema “lo stato italiano non aiuta le famiglie, aiuta solo gli immigrati che non pagano le rette degli asili nido, infatti poi vedrai quanti negri albanesi ci stanno, qui ci vorrebbe il ducie”.

6 – E adesso tua moglie come fa?
La aiuto io, coglione.

7- Ma gli cambierai anche i pannolini e gli darai il biberon?
No, le mie figlie nasceranno perfettamente in grado di farsi la doccia e di mangiare al ristorante in totale autonomia.

8 – All’inizio anche io la pensavo come te, ma poi vedrai che cambi idea.
Non è mai vero. Si tratta di una formula di circostanza che si apprende ai corsi di Retorica dei Luoghi Comuni che si tengono all’Università della Vita. Chi la proclama, di norma ha pensato che un figlio gli avrebbe stravolto l’esistenza non appena la moglie gli ha comunicato di essere incinta e da allora non ha più cambiato idea.

9 – Ma la casa a nome di chi è?
Ci sono quelli che non ti chiedono neanche il nome dei nascituri ma già prefigurano gli scenari post-divorzio. Lo fanno per metterti in guardia perchè ai corsi di Diritto delle Separazioni all’Università della Vita gli hanno detto che la casa va sempre alla mamma. Cosa che, per qualcuno, è più di un sollievo visto che assieme alla casa le danno anche i figli in custodia.

E, dulcis in fundo:

10 – Due figlie femmine? Coraggio!
E giù risatine. State tranquilli: se anche un giorno lo dovessero diventare, non saranno mai troie quanto vostra madre, vostra sorella o vostra moglie.

Il bluff del Minor Prezzo Altrove

Uno dei corsi più seguiti all’Università della Vita, si sa, è quello in Trattativa Applicata che permette a chiunque di diventare uno spregiudicato affarista. La tecnica più utilizzata in ambito immobiliare è quella del “minor prezzo altrove” che consiste nel sostenere, sempre con una certa dose di teatralità, di aver trovato di meglio e a minor prezzo.

Si tratta di una tecnica che noi mediatori professionali temiamo molto, moltissimo. Non appena la mettete in pratica, cominciamo a tremare dalla testa ai piedi, sudiamo freddo e le proviamo tutte pur di non scoppiarvi a ridere in faccia.

Personalmente, invito chi me lo dice a firmare di corsa il compromesso con gli altri. A chi non da particolari cenni di sorpresa – e ce ne sono – chiedo addirittura la cortesia di farmi avere notizie circa altri affari di quella portata, visto che sono così bravi.

Il risultato che ottiene il furbo della situazione è che il prezzo dell’immobile reale non calerà di un euro. È la classica situazione in cui un mediatore mediamente bravino manovra il cetriolo volante come fosse un drone e ve lo punta nel bel mezzo delle chiappe del culo.

Ciò che dovrebbe essere scontato, ma che con tutta evidenza non pare esserlo, è che per quanto voi vi consideriate degli assi della trattativa, i mediatori sono più bravi di voi per il semplice motivo che fanno tutto il giorno e tutti i giorni quello che voi fate sporadicamente, sovente una volta sola nella vita. Posseggono esperienza, conoscenza e allenamento, qualità che l’Università della Vita tanto frequentate disdegnano poichè superflue.

Quando andavo in bici, uno stent fa, facevo spesso le stesse strade e conoscevo le buche quasi una a una. Figuratevi come consideravo la gente che al massimo girava intorno a casa in Graziella e voleva spiegarmi lo stato di manutenzione delle strade! Ebbene, con gli immobili funziona alla stessa maniera. Furbo avvisato, mezzo salvato.