Pietà l’è morta

Leda e Demetra hanno cinque anni e non sanno andare in bici senza rotelle. A dirla tutta sanno poco più che pedalare. Le cause sono tante: due anni di pandemia sono stati deleteri, intorno a casa non esiste un posto dove mandarle in sicurezza, i nonni non se la sentono di portarle al parco e io e Sabrina lavoriamo. Oh, meglio di così non ci viene.

Leda e Demetra hanno cinque anni, non sanno andare in bici senza rotelle ma sabato 9 luglio 2022 si sono sfidate alla morte in ben tre gare, una in linea e due tipo pista. E se le sono date di santa ragione.

Al principio doveva essere una semplice pedalata fino al chiosco in cima al Colle della Trinità, un rettilineo di cira trecento metri, in leggera salita, battuto a ghiaia. E fin qui tutto tranquillo. Le bambine si impantanano nel ghiaino e si chiedono l’un l’altra di attendersi. La pace dura poco: dopo poche decine di metri, Demetra si impantana nella ghiaia per l’ennesima volta e Leda attacca. Senza preavviso.

La corsa è corsa, pietà l’è morta, si diceva quando in gruppo arrivavano notizie circa incidenti meccanici o cadute degli avversari. “Vincio io” ruggisce Leda che d’imperio ha trasformato una passeggiata in una gara. Demetra si imbufalisce, libera la bici dalla ghiaia senza il mio aiuto e si lancia all’inseguimento. La sfida è accettata “Benissimo, vince chi arriva prima al ristorante!” proclamo io.

Leda è in vantaggio, Demetra non molla. Le ruote delle biciclettine affondano nella ghiaia, ogni pochi metri a turno le bambine si bloccano, strepitano, urlano, imprecano a modo loro ma non chiedono all’altra di aspettarla. No, non più. Ogni tanto, io e Sabrina siamo costretti a spingerle ma sono spinte effimere perchè le bimbe ci mettono tutta la loro tigna e il loro veleno per riprendere la marcia. Le distanze non diminuiscono, Leda si avvia alla vittoria quando, senza motivo – ma un motivo c’è, è la fatica – scende di sella a pochi metri dal traguardo e annuncia che spingerà la bici fino all’arrivo. Demetra se ne accorge, mette la sorella nel mirino, si incurva e pesta i pedali più che può. Prende velocità e a pochissimi metri dall’arrivo, infila la sorella, la supera e vince.

Lo reazione di Leda è da manuale del dramma ciclistico: esplode in una scenata isterica degna di quelle che faceva suo nonno in situazioni simili, cioè poco dopo il traguardo, quando incolpava il mondo crudele e stronzo per le scelte scellerate che prendeva in gara in totale autonomia e che gli facevano andare a puttane tutta la gara. Il sangue non è acqua.

A cena, propongo un applauso per la vincitrice come piccola lezione introduttiva alla sportività: “Dobbiamo tributare l’onore della vittoria a Demetra”. Ecco, no, papà. Leda sgrana gli occhi, serra le labbra, inclina la testa di lato e fissa un punto nel vuoto. “Leda, facciamo un applauso a tua sorella?”. No, papà, col cazzo che applaudo, questo dice la sua smorfia sul viso. Non ci sarà nessun tributo, nessuna congratulazione. Solo odio e rancore. E sete di vendetta. E fame di tagliatelle ma questa è un’altra storia.

A fianco del chiosco c’è uno spiazzo delimitato da un tracciato in terra battuta e ghiaia perfettamente circolare: è una pista, una maledetta pista. E mentre Sabrina s’attarda alla cassa per pagare la cena, noi siamo già lì che tracciamo una linea in terra: “Questa linea è la partenza e l’arrivo, la prima che completa il giro del giardinetto e passa la linea ha vinto!”

Leda si mette all’interno della corsia, Demetra all’esterno, come la più esperta delle pistard. Il dramma si compie poco dopo la partenza: Demetra taglia la strada a Leda, che si inchioda e comincia a urlare come una indemoniata. Demetra guarda dietro, vede la sorella ferma che sbraita, le sorride, incurva la schiena e pedala.

Incito Leda a continuare ma non c’è verso, alterna una pedalata a una gragnuola di urla bestiali: pretende che la sorella torni indietro. Si, col cazzo. Demetra non solo completa il giro ma alza un pugno al cielo mentre taglia il traguardo. Leda va fuori di testa.

Raccontano le cronache che Sabrina, in fila alla cassa del chiosco, sentendo le urla provenire da fuori abbia dichiarato che si, forse sono cadute, ma tanto c’è il padre con loro. Quando arriva, il dramma è già compiuto.

Ma Leda trama nell’ombra. Demetra è fuori dall’anello e si congratula con se stessa per la sua forza e per la sua velocità. Leda chiede di poter fare un giro da sola, senza la sorella. Acconsentiamo. Ma dopo appena due pedalate di numero, Leda dichiara a gran voce che la corsa è iniziata e vince chi passa per prima il traguardo. Provo inutilmente a dire che non si fa così ma è tutto inutile. Demetra si fionda in pista, la sorella è troppo distante. Così gira la bici contro il senso di marcia e taglia il traguardo dichiarandosi “vincitora”.

Spiegare il tema della squalifica per accorciamento di percorso è fiato sprecato. È ormai notte e le urla di Leda sono così forti che terrorizzano uccelli notturni e piccoli animali e anziani deboli di cuore e altre creature del genere per chilometri e chilometri. La calma si ristabilisce dichiarando Leda vincitrice, senza alcuna spiegazione formale da parte della giuria, tanto sarebbe stato inutile. Demetra non accetterà il verdetto.

La giornata di gara finisce con una downhill a tomba aperta, sul vialone in leggera discesa che porta al parcheggio, con me e Sabrina che inseguiamo al galoppo, con grigliata di carne sullo stomaco, due bambine di cinque anni lanciate a bomba, felici, sorridenti e che, ogni tanto, inchiodano di botto che quasi ci fanno schiantare in terra.

Lo chiamavano Abortoli

Dato che siamo una famiglia fondamentalmente snob, il cd che ascoltiamo durante i viaggi in cabrio è una raccolta di brani di Paolo Conte. Tiè. Demetra e Leda hanno le loro preferenze. Demetra adora “Onda su onda” per quel “son caduto dalla nave” che la fa tanto ridere, lei che a cinque anni ha già paura dell’aereo, mezzo che nella sua testolina è destinato ogni volta allo schianto e che se non casca vuol dire che andata bene, ma la prossima volta… Leda ama molto “Wanda” e la canticchia per quel che può. Ma ha una predilezione anche per “Bartali”, che lei ha ribattezzato “bartalit”, eroe al pari di Batman o Spider Man e, come loro, meritevole di una consonante alla fine del nome.

“Papà, canta bartalit” mi dice quando torturo la chitarra, la sera dopo cena. E Leda ascolta, tutta contenta, urlando a squarciagola “e i francesi che si incazzano!” con quegli occhietti a fessura che ti prendono per il culo e il piccolo neo sulla guancia destra da damina settecentesca.

“Bartali, non bartalit, è stato un grande campione di ciclismo” provo a spiegare.
“Ed è morto?” chiede Leda.
“Si, molti anni fa”.
“Poverino”.

Le due ruote in casa nostra sono familiari. La bicletta è rigorosamente quella da corsa, le altre sottospecie non le consideriamo neanche. Per mio padre la bicicletta è quasi tutto, è la sua naturale proiezione. Se fosse possibile, credo se la farebbe impiantare sotto il culo. Io preferisco il ciclismo alla bicicletta, sono stato un ciclista di infimo livello in qualsiasi mia espressione, sia quando correvo sia quando andavo in bici per diletto. Ho smesso di salire su una bici poche settimane dopo l’intervento al cuore: tutto ad un tratto mi sono bloccato, non riuscivo a fare le curve. La mia bici è in garage che occupa spazio e prende polvere da una decina di anni.

Ma sarà per Bartalit o per chissà che altro motivo, qualche giorno fa ho abbrancato la bici di Sabrina, da corsa anche lei – la bici, ma a modo suo anche Sabrina – che se ne sta in ufficio assieme alle biciclettine delle figlie ancora immacolate dopo circa tre anni di non uso, ho gonfiato le gomme, sono uscito in strada e sono partito alla volta di una pedalata per Ponte San Giovanni.

Le prime pedalate sono state veramente estranianti, era come se fosse nuovamente la prima volta. Il vento in faccia è quello di un tempo, la pedalata non è più rotonda ma ci può stare, le ginocchia sono strette, i gomiti piegati, l’ombra che proietto al suolo mi dice che non muovo le spalle: forse qualcosa è rimasto dell’antica eleganza, unico vanto della mia oscena carriera biciclettistica. Ciclisticamente sono morto nel 2009, quando volli andare a vedere l’arrivo del Giro a Cagli e feci 100 chilometri senza una preparazione atletica specifica: feci così tanta fatica che verso Sigillo presi in grossa considerazione l’ipotesi di segare la bicicletta e gettarla in un fosso. Sia chiaro, non sono rinato, casomai abortito. Canticchio “Bartali” ma mi sento “Abortoli”. Eppure insisto.

All’imbocco di via dei Canottieri mi pongo la domande delle domande: ma dove li metto i coglioni?

Eh, perchè è un problema serio, se ne stanno compressi fra la panza e il sellino e alla prima buca maledico la Madonna del Ghisallo. Attraverso via del Nestore cercando di evitare le buche ma è quasi impossibile: evidentemente l’artiglieria russa ha bombardato anche qui, altrimenti non si spiega lo stato pietoso di certe strade.

Incrocio un passante all’altezza di via Catanelli che, spero, abbia dato la colpa al caldo del comportamento di quel curioso omone in bicicletta che smadonna tenendosi in equilibrio sui pedali, col culo staccato dal sellino e una mano a ravanare nelle mutande. Poi trovo la quadra.

Anni di immobilità hanno sostanzialmente prosciugato la muscolatura delle gambe. Da ragazzo avevo cosce da torello, adesso ho gambette da pollo in batteria nascoste sotto tre dita abbondanti di lardo. E difatti fatico. Riemerge tutto il rimosso del mio rapporto malsano con la bicicletta: la grande fatica che ho sempre fatto, l’infliggersi dolori, stanchezza e tribboli oltre il consentito per avere in cambio neanche la minima soddisfazione!

Verso via Grieco si affaccia il dolore al culo. Che non è normale dopo un paio di chilometri ma tant’è e ci devo fare i conti. Mi alzo per avere del conforto ma mi risiedo incurante delle palle e trac, altra acciaccata, altre madonne.

Risalgo via della Scuola fendendo l’afa e sorpasso una negra con un culo largo quanto il marciapiede. Perchè in bici, questo forse non lo sapete, si vedono cose che in auto o anche a piedi non si notano. La bicicletta è un punto di vista.

Riscendo per via san Bartolomeo e giro nuovamente per via del Nestore, deciso a un secondo giro che compio con baldanza e allegria. Alla fine rientro in ufficio dopo una pedalata complessiva di pochi chilometri ma nella mia testa è come se avessi fatto il Tour de France. Mi fanno male le gambe e una palla, ho sentito un caldo terrificante – sono i giorni di Caronte -, ho tirato giù la solita carrettata di bestemmie ma mi sono divertito. Forse è vero che i ciclisti al fondo sono dei masochisti.

Il ciclista non simula, è condannato all’eroismo. Sarà anche vero però io ci riprovo fra un anno.


Giustappunto

Un paio di sere fa, nel mezzo di una delle tirate capricciose di Leda, Demetra si è inserita nel match dicendo la sua, attaccando la frase con l’impegnativa parola: “Giustappunto!”. Io e Sabrina non ci chiediamo più dove abbiano sentito molte delle parole che usano, piuttosto ci interroghiamo su come facciano a utilizzarle nel rispetto delle regole grammaticali, lessicali e semantiche. Ma se su giustappunto la curiosità cade nel vuoto, è sull’utilizzo pressoché perfetto della frase rafforzativa “quel cazzo” che non ci diamo pace.

Ora, il punto è che codesto intercalare non viene utilizzato a casaccio ma raramente e in modo assolutamente opportuno, ossia quando si intende dare enfasi al discorso. Per esempio, Demetra lo utilizza quando, in un momento di fretta, non riesce a infilarsi uno scarponcino: “Non riesco a mettermi questa cazzo di scarpa!”. Non lo fa sempre ma solo in precisi momenti, anche perchè con le scarpe ci litiga ogni volta che le indossa. Leda, invece, lo utilizza quando è costretta a ripetere una richiesta dopo che le è stato chiesto di attendere e l’attesa si è rilevata vana: “Mi dai quella cazzo di cosa?” e, povera creatura, la pazienza è una dote che non possiede.

Seguire lo sviluppo del linguaggio delle mie bimbe, ora che hanno quattro anni e mezzo, è molto interessante. Aldilà di qualche sfondone e di una fonetica a volte claudicante, la sintassi è perfetta, così come la coniugazione del genere o il corretto utilizzo del congiuntivo e del condizionale – cosa tra l’altro teoricamente possibile solo se si possiede una buona capacità di astrazione che, a questa età, è pressochè assente.

Già oggi, il linguaggio che utilizzano le rappresenta pienamente. Leda predilige frasi asciutte, concrete, spiegazioni precise e puntuali. Il suo linguaggio è tagliente e deciso proprio come il suo carattere. Demetra è prolissa, gira attorno a un concetto o una frase come un’ape ubriaca e spara certe cazzate che ve le raccomando. Il suo modo di parlare racconta della bimba allegra, solare, dispettosa e intimamente soddisfatta di sè che è.

Chissà in futuro quali altri intercalare scopriranno e utilizzeranno!

Il meccanico dei sogni

Mi hanno detto che quando dormo sto immobile, coi pugnetti stretti al petto, la bocca semiaperta per colpa del naso semichiuso e sembro un bambinone di quarantadue anni. Non sanno, meschini, che proprio in quel preciso istante potrei essere immerso in uno dei miei sogni più ricorrenti, quelli in cui picchio degli sconosciuti.

Detta così, pare grave. Invece, scavando un pochetto, si scopre che non c’è nulla di patologico e tutto ha una sua spiegazione. In primo luogo, è colpa del lavoro che faccio. Da bambino volevo fare il geografo, mestiere che in controluce mi accecava con un caleidoscopio colorato di viaggi, avventure e scarsa vita mondana, e invece ho fatto solo lavori “di relazione” aridi, stanziali e affollati. Sono un misantropo sufficiente a se stesso condannato all’ergastolo della socialità.

Tranne un sogno in cui ho picchiato a sangue un cinese nel parcheggio del Lidl perché insidiava mia nipote, i nemici onirici sono tutti bianchi, di razza caucasica e con un forte accento locale: guarda un po’, somigliano a certi miei clienti, quelli che hanno il magico potere di alimentare la mia aggressività – poi ci sono quelli che suscitano l’orchite, ma è un’altra storia.

A causa di un poco gradito dono avuto dal Grande Cane Celeste quasi un lustro addietro – un’angioplastica, che vuoi che sia – non posso sfogarmi come un tempo contro un sacco da pugile. La mia psiche ha il quadro completo della faccenda e, per questo, mi apparecchia fasi REM dove si susseguono litigi, risse, pestaggi, litigi, contumelie e insulti senza soluzione di continuità. Il bello è che al mattino mi sveglio sempre riposato e pimpante.

La dinamica di questi sogni è grosso modo sempre uguale a se stessa: incontro l’antagonista, si apre il conflitto, lo tronco di botte. Fine. Ma a volte il finale cambia, come qualche notte fa.

Tutto si svolge in un’officina meccanica. Sono andato a ritirare la mia auto, riparata da un danno che ignoro, e sto parlottando col meccanico, un lungagnone secco e dinoccolato, che veste una salopette blu da operaio sopra una t-shirt bianca. Senza presentarmi uno scontrino, un rendiconto o una semplice pezza d’appoggio, mi chiede mille euro. “Mi pare un po’ troppo” gli dico. “Allora facciamo cinquecento” controbatte al volo.

Mi sento preso per il culo e mi imbestialisco: “Ma come? Prima mi chiedi mille euro e poi, appena mi incazzo, mi dici che te ne bastano cinquecento?” e sottolineo la rimostranza assestandogli un preciso quanto stilisticamente perfetto gancio sinistro al corpo perché si sappia che, nei miei sogni, sfoggio una tecnica pugilistica sopraffina, mai posseduta neanche lontanamente nel mondo reale.

Il meccanico si piega su un fianco e si preme una mano sulle costole – nei sogni, i miei colpi vanno tutti a segno e fanno sempre male – ma, invece che praticarmi un ulteriore sconto, fa un balzo indietro e si da alla fuga. Si avventa di corsa su per delle scale a chiocciola che portano al soppalco, due gradini alla volta. Sono scale identiche a quelle di un capannone della zona. Non ci penso due volte e lo inseguo a passo di carica.

Ma mentre sono lì, a pochi gradini dal vile pusillanime, ecco che accade il colpo di scena inaspettato e irreparabile: mi sveglio.

Scomparsa l’officina, scomparsa la scala a chiocciola, scomparso il meccanico. Sono a letto, sopra di me c’è il soffitto, accanto Sabrina che ronfa. Piccoli fasci di luce bianca filtrano dai buchini della serranda. So che è finita, che non potrò riaddormentarmi e ritrovarmi faccia a schiena col meccanico. So che mai più potrò macellarlo per un controvalore stimato di cinquecento euro, come si meriterebbe. Alle sette e qualcosa di mattina provo l’amara sensazione che lo stronzone l’ha fatta franca e mi accorgo, come se non bastasse, che non ho neanche ritirato la macchina.

Non fiori ma F24

Succede spesso che chi vuole acquistare un immobile faccia i conti senza l’oste. L’oste è il funzionario di banca che gli scoppia a ridere in faccia quando gli chiedono un mutuo. Le marce indietro sono quasi sempre penose, specie se prima si è dimostrata una certa arroganza, e il rumore di unghie sullo specchio diventa sinfonia. Ma a volte, le scuse sono così improbabili da suonare comiche.

Tempo addietro vengo contattato da una azienda in cerca di un capannone nuovo. Incontro i proprietari e mi raccontano di una realtà piccola ma solida, soprattutto in crescita. Sono molto oculati e parlano di passo secondo la gamba, di spese sotto controllo, di investimenti ponderati al centesimo. Ma quando gli propongo un capannone che gli sembra esattamente quello che bramano, impazziscono. Fanno tutto loro: come cocorite in amore, cinguettano di mutui, rate e, in un impeto, di fotovoltaico sul tetto.

Non battono ciglio davanti alla richiesta economica, tutt’altro! Mi danno appuntamento di lì a una settimana per formulare una proposta d’acquisto. Ma prima, mi dicono, devono parlare col loro commercialista e minimizzano la questione come una mera formalità. Esco dalla riunione piuttosto fiducioso.

I giorni passano e il telefono non squilla. Li richiamo io e mi si dice che non sono riusciti a parlare col commercialista. Può capitare. Ci riaggiorniamo. Passa un’ulteriore settimana e li richiamo: niente da fare, il commercialista non ha avuto nè tempo nè modo di riceverli. Uno stormo di asini volanti mi passano sulla testa e ringrazio il cielo che stiano bene di intestino. È già qualcosa.

Faccio passare ancora del tempo, circa un due tre settimane, e poi mi rifaccio vivo. Stavolta passo “casualmente” in azienda. C’è uno dei soci che, quando mi vede, abbozza un sorriso e mi porta da parte, lontano dalle orecchie impiccione dei dipendenti. E quando siamo aum aum mi comunica la ferale notizia: il loro commercialista sta male, molto male, è in fin di vita, forse sta morendo, forse è già morto. Lo stormo di asini volanti ripassa a volo radente proprio sopra il tetto del capannone. Ragliano minacciosi.

Penso al commercialista moribondo e mi tornano in mente le ecatombi di nonni ai tempi della scuola, quando non si voleva essere interrogati. A qualcuno glie ne morivano tre o quattro all’anno. Quanto al capannone, se ne riparlerà a esequie avvenute.